Trovo incredibile come i giapponesi abbiano una parola per ogni singola situazione complessa.
L’inemuri è la raffinata arte giapponese di riposare non riposando, di vigilare non vigilando e di chiudere le palpebre nel tentativo di espandere la propria percezione extrasensoriale.
è il nostro riposino pomeridiano, senza la scocciatura, al risveglio, della temporanea perdita delle proprie capacità motorie o cognitive.
L’inemuri è di per sé un processo che racchiude una grande fiducia.
Verso il prossimo, dal quale ci aspettiamo un sentimento di pietas, nel senso più romano del termine, in quanto chiediamo tacitamente di vigilare sulle nostre membra e sui nostri averi.
Ma anche verso noi stessi, chiamati a non lasciarci andare ad un vacuo ristoro, ma a prendere consapevolezza che il tempo scorre secondo un flusso relativo.
Ecco, l’inemuri è comprendere come scorre la sabbia dentro la nostra personale clessidra e imparare sfruttare appieno ogni singolo granello che cade.
In sintesi, l’inemuri rappresenta la quintessenza del lavoratore moderno, il quale è sempre più spinto da una dimostrazione di uberdedizione alla causa e al proprio impiego, per il quale vive anche quando riposa.
Almeno, questo è quanto ho cercato di spiegare al mio capo dopo essermi addormentato in ufficio l’altro giorno, nel bel mezzo di uno stimolante meeting del quale non ho memoria o ricordi, e durante il quale ovviamente non ricordavo di aver praticato l’inemuri.
Ho provato a spiegare che inizialmente, ad un livello base come il mio, l’inemuri è difficilmente controllabile.
Ma non solo non son stato ascoltato, sono anche tacciato di non credere nelle potenzialità del “progetto”.
Eppure, nonostante non abbia ancora trovato come scorre la mia clessidra, io non demordo, continuando a praticare l’inemuri, nella forte convinzione che questo rappresenti non solo una vera e propria disciplina, ma una vera e propria virtù dell’uomo e del lavoratore moderno.
pfz
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