18:27

La temperatura è di poco inferiore ai tre gradi. Inizio a credere che la pelliccia della signora possa essere Sid, il bradipo dell’era glaciale.

Il traffico, intanto, è aumentato, e il soave suono dei clacson delle auto accompagna come colonna sonora questo momento. Penso a quanto sarebbe bello coordinare i clacson delle auto come un direttore d’orchestra, ma non ho il tempo di approfondire questa intrigante iniziative, perché altre due figure si avvicinano alla fermata.

Due giovani, molto giovani. Un ragazzo e una ragazza che si tengono per mano. Il giovane ha un sobrio diamante all’orecchio destro e le setole di una scopa come capelli. Indossa un piumino blu e porta dei jeans con dei risvoltini, che mi chiedo come faccia ad indossare, visto che la temperatura è ben sotto lo zero e le caviglie risultano totalmente scoperte. La ragazza, invece, ha qualche piercing sparso sul volto e porta dei pantaloni così aderenti che riesco a intravedere il tessuto epiteliale. Finisce la sigaretta con un ultimo tiro e butta via la cicca.

Guardano il tabellone. 18:30. C’è tempo. La ragazza si avvinghia a lui, che in tutta risposta le poggia le mani sul culo. Lei non protesta. Si baciano. Ma non è un bacio normale, è una lotta fra lingue alla McGregor contro Nurmagomedov, dove entrambi cercano insistentemente la sottomissione della protuberanza del partner.

Il tutto avviene a meno di trenta centimetri dal mio volto, ma a loro non importa. Anzi, è proprio ciò che vogliono. La quantità del loro amore è direttamente proporzionale al disagio che riescono a provocare nei passanti, e oggi io sono il passante. Non posso spostarmi. Non voglio spostarmi. Non voglio che l’abbiano vinta.

Devo distrarmi, devo guardare da un’altra parte. C’è una macchina davanti a me, una BMW blu che vuole parcheggiare ma non può, perché il parcheggio è accessibile solo dall’altra corsia. C’è linea continua e le macchine sono ferme per il traffico. Ma la BMW mette la freccia, si inserisce di prepotenza. Qualche colpo di clacson, qualche insulto, ma alla fine una Ford bianca e una Panda grigio metallizzato lo lasciano passare. La prepotenza ha vinto. Scende dalla macchina, l’aria tronfia di chi ha appena fregato il mondo. Se la legge lo permettesse farei personalmente la multa a quel bastardo. Ma non posso. Ha vinto lui oggi. Se ne va, senza neanche pagare il ticket. Figurati se gli mettono la multa.

Ed invece no. A sinistra dall’angolo della strada sbuca un ausiliario del traffico. Si dirige verso il parcheggio e inizia a controllare. Vorrei tanto urlargli “La BMW, controlla la BMW!”, ma non posso. Nella mia testa, allora, mi convinco di avere un potere mentale simile a quello del professor Xavier degli X-Men,  e mi ritrovo, come Benigni ne “La vita è bella” a borbottare come un cretino: “Controlla la BMW, controlla la BMW.”.

Contro ogni logica, funziona. L’ausiliario si para davanti alla BMW e da un’occhiata. Strabuzza gli occhi, poi prende il blocchetto, legge la targa ed inizia a scrivere. Ad ogni lettera, a ogni cifra che scrive assaporo la vittoria. Quando stacca la multa poi, vorrei mettermi ad urlare come Caressa al gol di Grosso contro la Germania nel 2006.

Gli altri però non stanno esultando con me, anzi. La coppietta, la signora e la ragazza sbuffano. Il mio sguardo va verso il tabellone. Dove prima c’era lampeggiava un 18:30 ora lampeggia un 18:34. È la sottile vendetta del proprietario della BMW. È il karma.

18:29

È finita. Quando il tabellone cambia l’orario del pullman puoi solo pregare che vada tutto bene. Perché solo due cose possono succedere quando il tabellone cambia l’orario.

Ipotesi numero uno. Il pullman arriva comunque puntuale al precedente orario, ma il tabellone se ne accorge solo dopo dieci minuti. Intanto, il povero sfigato che aveva deciso di farsela a piedi convinto che il bus sarebbe passato in ritardo si gira e vede il pullman alla fermata.

Ipotesi numero due. Il pullman inizia periodicamente a ritardare la sua venuta. A intervalli regolari di due minuti il ritardo diminuisce di un minuto fino a quando questo paradosso zenoniano non si conclude con l’arrivo del bus.

Alla fermata intanto, ignari di questo processo, sono arrivati anche una madre e il suo bambino. Lui porta degli occhiali con lenti grandi come un televisore e con una montatura spessa. Un piccolo Andreotti, ingobbito dal peso della cultura che si manifesta sulla sua schiena sotto forma di uno zaino dal peso netto di venti chilogrammi, di cui cinque dati solo dall’astuccio ipertecnologico, con ventisette cerniere e temperino in titanio.

La madre è al telefono e non presta attenzione al racconto su come alla ricreazione lui e i suoi compagnetti abbiano salvato la terra dagli alieni Gundam. Gli fa segno di stare zitto. Poi lo vede tirar su col naso. Tira rapida dalla tasca un fazzoletto, lo apre e glielo appoggia sul naso. Lui scosta la mano. Ora che è grande, certe cose può farle da solo. Dopo che ha finito di soffiare il naso apre il fazzoletto e controlla. Fa una faccia soddisfatta. È orgoglioso della sua opera, e strattona la giacca alla mamma per mostrarle il capolavoro. Lei lo vede, fa una faccia disgustata e gli strappa di mano il fazzoletto. Il bambino soffre nel vedere la sua opera buttata nel cassonetto.

Il pullman intanto si è materializzato in fondo alla strada. Ipotesi numero uno. La vecchia si alza facendo attenzione a non sporcare il bradipo. La ragazza ripone in una tasca il cellulare e si stiracchia. La giovane coppietta rimane abbracciata aspettando l’autobus mentre il bambino mi rivolge lo sguardo. So cosa pensa. Chissà perché sorride, quello strano tipo. E io sorrido, perché in fondo è proprio questo che mi piace quando prendo il pullman. Le persone alla fermata.

Quasi quasi prendo il prossimo.

pfz